ADOZIONI A DISTANZA

 

Nel vasto mondo missionario ( e non solo quello ), molti sono i mezzi per aiutare i poveri ad essere artefici del loro domani.

Uno di questi mezzi è “l’adozione a distanza”, chiamata anche “adozione morale” per differenziarla dalle adozioni vere e proprie.  Si tratta di un aiuto rivolto soprattutto ai bambini bisognosi dei paesi di missione, senza portarli via dal loro  Paese, ma lasciandoli nella loro realtà culturale. Lo scopo delle “adozioni a distanza” è quello di dare a questi bambini un aiuto concreto per le necessità primarie: alimentazione, assistenza sanitaria, istruzione, indumenti, ecc.

Chi di noi non ha visto, almeno una volta, una foto di un bambino denutrito, dai grandi occhi imploranti?

Sono milioni i bambini che aspettano che qualcuno si accorga  della loro fragile esistenza, del loro pianto senza voce…. bambini che attendono  il nostro aiuto.

Ogni giorno, nel mondo, muoiono 40.000 bambini, per fame o per malattie che derivano dalla denutrizione, mentre  decine di milioni non possono recarsi a scuola, o perché troppo lontana dalle loro abitazioni, oppure perché la povertà impedisce loro di accedervi.

Non possiamo realmente sentirci estranei di fronte ad un bambino che ha bisogno di pane, di cultura, di vita, di amore.

E’ necessario tener presente che l’ “adozione a distanza” non è un fatto puramente economico, ma, soprattutto una scelta d’amore. Si tratta, infatti di fare una scelta, diventare cioè una famiglia allargata, in cui ognuno si fa carico delle difficoltà dell’altro, secondo le proprie possibilità.

A chi decide di realizzare questo cammino di amore, viene data la foto del bambino/a corredata dai suoi dati anagrafici e da qualche notizia sulla situazione familiare e viene dato l’indirizzo delle suore della missione.

L’impegno economico annuale si aggira sui 250,00 € da versare anche a rate. Questo impegno, tuttavia, non è vincolante perché possono subentrare reali impedimenti da parte delle persone adottanti; in questo caso è importante la comunicazione dell’impossibilità di continuare, così un altro benefattore può prendere il posto di chi lascia.

 

A volte succede pure  che i genitori o i parenti dei bambini adottati, decidono che il bambino  debba lavorare e, quindi, non lo mandano più a scuola o nel collegio.  Si cerca di far capire l’importanza dello studio per il bimbo, ma, purtroppo si a che fare con persone analfabete e povere che non sono in grado di capire la necessità dell’istruzione per i propri figli. Anche in questo caso c’è la comunicazione della suora missionaria con le persone adottanti per chiarire la situazione. Per questo io consiglio di non “attaccarsi” troppo egoisticamente a questi bambini (lo dico in senso affettivo)… non sono nostri, il buon Dio li affida al nostro amore non al nostro potere su di loro.

E’ possibile anche un po’ di corrispondenza, certo nella loro lingua che poi la missionaria cerca di tradurre, o in italiano (se lo conosce), oppure in inglese, spagnolo, francese, ecc.

Questa particolare esperienza di solidarietà, viene fatta da persone singole, bambini o adulti, da famiglie, da gruppi di bambini che si preparano alla Prima Comunione, da scuole materne, elementari, da fidanzati ecc.

Vengono coinvolti soprattutto i bambini che vengono educati al senso dell’altruismo, della condivisione. E’ bello vederli arrivare con i loro salvadanai pieni di spiccioli per il fratellino e per la sorellina lontani; in fondo si tratta  dei loro piccoli sacrifici e rinunce.

Davvero si può affermare che il valore più grande che si coglie in queste “adozioni” è la duplice crescita, sia del bambino/a adottati, come delle famiglie  o persone singole.

Ci piace ricordare una riflessione dello scrittore P. Antony De Mello dal titolo: “Perché non fai qualcosa ?”. Dice così:

“ Per la strada vidi una ragazzina disabile,

che tremava dal freddo…..

aveva un vestitino leggero, chiedeva la carità.

Le diedi l’elemosina,

ma intanto, dentro di me,

mi arrabbiai con Dio e gli dissi tra i denti:

perché permetti questo? Perché non fai qualcosa?

Per un po’ Dio non disse niente.

Poi, quando mi calmai,

sentii la sua voce, di notte, che mi rispondeva:

qualcosa ho fatto, ho fatto te”

(da il “Canto degli uccelli”)

 

 

 

 

 

 

 

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